Confini, paure e illusioni di controllo: a proposito della nota CNOP sul counseling
Il documento del CNOP sul counseling ha un pregio: è chiaro. E un limite, ancora più evidente: è semplice. Troppo semplice per una materia che semplice non è. Di fronte alla complessità delle professioni della relazione di aiuto, il CNOP sceglie una strada antica: tracciare un confine e presidiarlo.
Il ragionamento è lineare:
- se un intervento incide sulla sfera emotiva e relazionale, allora è psicologia;
- se è psicologia, allora deve essere riservato agli psicologi.
Se fosse davvero così, dovremmo concludere che insegnanti, educatori, allenatori, sacerdoti e perfino amici particolarmente empatici esercitano quotidianamente abusivamente la professione. A quel punto resterebbe solo una strada: denunciare mezzo paese.
Oppure ammettere che il problema è mal posto.
È evidente che qualcosa non torna.
Il punto non è negare la specificità della psicologia. Il punto è evitare di trasformarla in una categoria onnivora, che ingloba ogni forma di relazione significativa.
Quando tutto diventa “atto psicologico”, nulla lo è davvero. E una categoria che pretende di coincidere con tutto finisce per non definire più nulla.
Il documento richiama più volte la tutela della salute pubblica. Argomento serio. Ma proprio per questo andrebbe usato con rigore.
Non ogni intervento relazionale è sanitario. Non ogni forma di sostegno è clinica. Non ogni disagio richiede uno psicologo.
Confondere questi livelli non protegge i cittadini. Li disorienta.
È un gioco semplice. E, proprio per questo, pericoloso.
Ma il passaggio più debole è un altro.
Il CNOP sostiene che il counseling non possiede una teoria autonoma e quindi non può configurarsi come ambito distinto.
Argomento fragile. E, francamente, anche un po’ datato.
La storia delle professioni è piena di pratiche nate prima delle loro sistemazioni teoriche. E, soprattutto, la rilevanza sociale di un’attività non dipende dalla sua purezza epistemologica, ma dalla funzione che svolge.
Il vero problema, infatti, non è stabilire chi “ha il diritto” di parlare con le persone. Il problema è definire competenze, limiti, responsabilità e percorsi formativi adeguati.
Su questo terreno, il documento tace.
E qui emerge la questione di fondo.
Questa non è una nota sulla tutela della salute. È una nota sulla tutela di un confine.
Un confine percepito come minacciato.
E quando una professione parla soprattutto di confini sta parlando di sé, non dei cittadini.
Ma la storia della psicologia – e chi ha seguito il suo sviluppo negli ultimi trent’anni lo sa bene – non è la storia di un territorio stabile da difendere, bensì quella di un campo in continua trasformazione, attraversato da contaminazioni, sovrapposizioni e ridefinizioni.
Pensare di governarlo con una linea di demarcazione è un’illusione.
E, prima ancora, un errore culturale.
Perché mentre si riapre una guerra di confine, il mondo va da un’altra parte:
- verso l’integrazione dei saperi
- verso modelli di intervento plurali
- verso una domanda crescente di ascolto che nessuna singola professione può assorbire da sola.
La tutela non sta nella chiusura. Sta nella capacità di governare la complessità.
Il resto è difesa identitaria. È corporazione. Ed è esattamente ciò che, da anni, indebolisce la professione.
C’è un’alternativa?
Certo che c’è.
Non negare le differenze. Non cancellare le competenze. Ma governarle.
Costruire regole, standard, responsabilità condivise. Distinguere senza escludere. Integrare senza confondere.
È più difficile, certo.
Ma è l’unico modo serio di tutelare davvero le persone.
Continuare a tracciare confini e difenderli in armi, invece, produce un effetto opposto:
non rafforza la professione, la isola.
E quando una professione inizia a difendere tutto, è quasi sempre il segnale che ha smesso di sapere cosa difendere davvero.






